
Condizionati e, in un certo senso, sincronizzati a una velocità standardizzata, abbiamo perso la cognizione di avere diritto al “nostro spazio vuoto”. L’imposizione di scadenze e cottimi ci impregna, di conseguenza, di frettolosità e superficialità. Non più qualità ma quantità, non più gustare, ma fagocitare.
Viene negato il tempo per pensare con la propria testa, per adagiarsi ad ascoltare altri, accogliendo (secondo l’umore del momento) pensieri e opinioni di varia e vaga provenienza: come cibo industrialmente prodotto da riscaldare e consumare velocemente, piuttosto che concedersi di scegliere gli ingredienti, procedere alla preparazione e attendere i tempi di cottura naturali.
Nell’antichità il tempo non era solo quantità, ma aveva anche qualità e queste qualità erano considerate provenienti da un ordine superiore: il Tempo stesso era una divinità. Oggi abbiamo perso il senso di questo ordine superiore: l’ordine del moto dei pianeti, alcuni veloci, altri lenti e altri ancora lentissimi; l’ordine delle stagioni e delle loro influenze sugli esseri; l’ordine del giorno e della notte, e le relative virtù ed effetti sulla vita; il flusso e riflusso delle maree.
Nell’antichità si riconosceva una qualità del tempo particolare, che presso i romani era chiamato otium.
L’otium era il tempo libero dalla produttività, dedicato al recupero fisico, allo studio e alla riflessione personale. Per inciso, gli schiavi erano considerati degli strumenti parlanti, per cui il loro tempo era funzionale a una quantità e privo di qualità. Forse consideriamo noi stessi alla stregua di strumenti parlanti?
Questo è un invito a riappropriarsi del proprio otium, così da “isolare” e gustare una parte spesso ignorata, ma importantissima, del proprio tempo:
sostare senza fretta, senza aspettativa e senza frustrazione.
Se ci riteniamo esseri liberi e non schiavi della quantità, se desideriamo studiare o approfondire un argomento, una pratica o un ascolto che riteniamo validi, ci si deve distaccare in primo luogo dall’abitudine mentale dell’ansia da prestazione e, successivamente, saper rinunciare al riempimento compulsivo.
Accettando che dipende da noi riappropriarci di uno spazio-tempo di otium – volutamente sfonzandoci di ignorare il presunto assedio delle aspettative – possiamo creare un piccolo, intoccabile e sereno vuoto intorno a noi. Un vuoto che è, in realtà, un pieno di potenziali: non solo di recupero fisico, ma anche di valori di ordine superiore per un’autentica e autonoma comprensione e partecipazione nella e della propria vita.—